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È scomparsa la plastica negli oceani?

Come le buone cause risentono delle onde emotive.

E le associazioni come fanno a sopravvivere?

L’emergenza Coronavirus pone nuovamente, e forse con maggiore accento, la realtà del Terzo Settore e delle sue buone cause: dalla sanità all’ambiente, dalla difesa dei diritti alla protezione degli animali, e così via per una miriade di mission sociali. Ognuno di noi ne condivide una, nessuna o anche di più. Questa sarebbe la quotidianità in tempi normali. Ma ora non è più così e, forse, non lo sarà mai più (vedremo). C’è un punto che però va preso in considerazione: possono improvvisamente scomparire tutte le buone cause non legate strettamente all’emergenza in atto? Si possono dimenticare l’assistenza alle famiglie, l’abbandono scolastico, l’aiuto ai poveri, il sostegno alle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo, la salvaguardia dell’ambiente e tanto altro ancora? Chi può decidere cosa si può fermare e cosa no per evitare che l’intero mondo si blocchi completamente?


Diamo uno sguardo al passato. Abbiamo vissuto, purtroppo, i terremoti del Centro Italia, l’alluvione in Liguria, lo tsunami nell’Oceano Indiano e così via. Terribili catastrofi che hanno chiamato all’adunata milioni di italiani in oceaniche raccolte fondi promosse a livello nazionale e internazionale. Grande emotività, enorme visibilità, forte adesione e spirito di appartenenza: valori e azioni di “meravigliosa generosità una tantum”. Si tratta della classica solidarietà su impulso, spinta da un imprevisto straordinario, che focalizza l’attenzione per un determinato periodo, dimenticandosi di tutto il resto. A che prezzo? Alto, molto alto.

In economia, quando si concentrano tutti gli investimenti in un’unica direzione si rischia molto, non si è attenti alla diversificazione, concetto importantissimo per essere pronti a fronteggiare ogni imprevisto. Nel Terzo Settore accade lo stesso: quando tutta l’attenzione, ogni singola donazione è convogliata su un unico aspetto, i costi sociali che si pagheranno successivamente saranno enormemente più grandi di quelli affrontati nell’emergenza. Non voglio affermare che sia sbagliato sostenere gli appelli di cause contingenti e impreviste, che coinvolgono grandi collettività e si abbattono su Paesi o sistemi con una potenza distruttiva. La mia riflessione è motivata dalla necessità di stare attenti che il “dopo” non sia peggio del “presente”.

Quali saranno gli strascichi di questa pandemia ancora è difficile da valutare in termini di costi economici, sociali, governativi. Una cosa possiamo fare, già adesso: ricordarci che il mondo andrà avanti e che se stiamo fermi ora, se blocchiamo tutto ora, se non vogliamo ascoltare l’altro che esiste ancora e ha bisogno di noi, metteremo un nuovo freno alla ripartenza, ancora più duro e pesante. Questa emergenza porterà sicuramente a un cambiamento di sistema, di persone, di atteggiamenti. Non è facile da prevedere. Dovremo essere più che resilienti, dovremo andare alla scoperta dell’anti-fragilità che non è l’opposto di fragile, è un modo di vivere che porta a essere forti mantenendo le debolezze insite nell’animo di ognuno, semplicemente riconoscendole e rendendole punti distintivi e positivi. Nell’anti-fragilità ciò che tenevamo nascosto diventa evidente e in questa manifestazione si attesta la propria individualità e capacità di superare le difficoltà. La fragilità spezza, l’anti-fragilità rafforza. Per questo, il nuovo mondo che si verrà a disegnare dopo l’emergenza dovrà partire dalle nostre insicurezze, prenderne coscienza e sviluppare soluzioni innovative.

Torniamo alla domanda iniziale: le associazioni non legate a buone cause sanitarie, come stanno vivendo questi tempi? Con l’acqua alla gola, se non del tutto già affogate. La risposta è semplice e cruda allo stesso tempo. Perché le associazioni vivono grazie alle donazioni: i loro servizi alla comunità, i progetti di progresso sociale, le iniziative rivolte alle differenti fasce di popolazione, gli interventi di sensibilizzazione, sono alimentati dalla solidarietà di persone, aziende e istituzioni che credono nelle loro buone cause. Consideriamo che, nel tempo, il Terzo Settore è diventato il secondo pilastro dell’economia, se pensiamo che performa sei volte più del sistema Italia con numeri in costante crescita, sia in termini di occupazione che di impatto. Ma questo flusso costante formato da persone viene messo a dura prova di fronte a emergenze di grande portata proprio perché tutti, improvvisamente, si disinteressano di loro. Per poi ritornare a chiedere servizi appena rientrata l’emergenza. Dimenticandosi che, nel frattempo, le associazioni hanno dovuto affrontare ostacoli insormontabili, dovendo e volendo garantire la loro presenza, mantenendo la manodopera, richiedendo sacrifici a tutti per evitare che il sistema Paese crolli definitivamente. La soluzione è insita nella natura umana, tanto buona quanto egoista e smemorata. Se non saremo in grado di creare una nuova umanità, dove l’apertura al mondo sia reale e sincera, dove le barriere di pregiudizi vengano abbattute con forza, dove la riconoscenza diventi un valore assoluto, allora non avremo imparato nulla. E continueremo a vivere sulle onde dell’emotività apparente e momentanea di una nuova emergenza, dell’ultimo tema di attualità, di un ennesimo trend. Intanto i mari soffocano di plastica, il pianeta scoppia di guerre dimenticate, intere popolazioni continuano a vivere nella povertà assoluta, le famiglie in difficoltà abbandonano i propri figli a un futuro incerto e spesso delinquenziale, la droga corre veloce nelle vene di giovani abbandonati a loro stessi. Ah, ma forse ce lo eravamo dimenticato?



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